SI FA PRESTO A DIRE ADDIO

Roma, 16 maggio 2013

Non è la vita ad imitare l’arte: facile boutade che ha sposato la fortuna nella sua banalità. Certe storie possiamo scriverle, ma saranno solo una pallida evocazione di ciò che accadde davvero. Ma lasciamo le teorie a chi ha tempo per spiegarle, io la storia te la racconto con piacere, perché su di me hai un vantaggio: non conosci chi l’ha vissuta!

***

Come nelle pagine di un vecchio libro impolverato, quella mattina di metà maggio, anch’io avevo un appuntamento con qualcuno o qualcosa: c’era il fantasma del mio passato nascosto dentro l’inchiostro di un libro. Tefteri: il libro dei conti in sospeso di Vinicio Capossela. 

Fuori pioveva, il primo caffè era già andato, così, nell’attesa, ne ho preparato un secondo, e ho aspettato che accadesse qualcosa. L’appuntamento era stato fissato per le undici all’angolo tra il bar e la libreria del Pigneto, eppure i fantasmi appaiono solo dopo mezzanotte, o così mi era sembrato di aver letto da qualche parte.
“Certe musiche sono compagne dell’anima…” – disse una voce che proveniva dal fondo del caffè. Nello stupore mi fermai ad ascoltare, perché il destino dell’uomo è sempre proiettato in avanti, indietro si lasciano solo canzoni e ricordi.
“Il caffè per berlo devi saper aspettare. Più aspetti e più è buonoquella voce divenne un volto, poi riprese a parlareMa non ci vuole solo il buono, ci vuole anche il marcio. Il meglio è più in basso, è nella melma, come quello che rimane nel fondo del caffè. E’ amaro, ma hai bisogno anche di quell’amaro. Poi lo giri ed esce la verità. Senza il basso non c’è niente. La vita deve essere difficile per poter salire al cielo. E la soddisfazione ti impedisce di migliorare”.
La voce si affievolì lentamente, mentre la pioggia disegnava diamanti sui vetri delle finestre. I clacson delle automobili invadevano l’aria, con tanto di gas di scarico e di smog, dentro una Roma piena di ferite, e di buche. Una capitale che capitolerà ancora se non verranno uomini che sappiano amarla.
Una fitta cortina di nebbia mi avvolse, poi disparì come in un sogno o un’allucinazione riuscita bene, e ne venne fuori l’ombra di un altro uomo. Si avvicinò e lentamente prese a parlare:
“Sai qual è il problema? Che si fa troppa musica oggi, e troppo facilmente. Nel ’30 facevano poche canzoni e ne avevano cura. Le ripetevano e ci lavoravano sopra. Non erano grandi virtuosi. Facevano cose semplici, perché era quello che le loro dita sapevano fare”. Apparve così il poeta con i baffi, accompagnato dal suo baglamàs; si avvicinò danzando, come in un numero di magia, e mi presentò l’ombra che aveva appena finito di parlare:
“L’uomo che legge il caffè si chiama Kafezudis. A due cose si crede ancora in Grecia: al malocchio e al fondo del caffè”.
Poi anche Kafezudis, così com’era apparso, sparì nella luce, e mi ritrovai con un cappello nero in mano, di quelli con le falde larghe, sospeso sulla banchina del porto di Salonicco, immerso in un silenzio surreale; la mattina era scomparsa, il bianco era nero, ma era un nero ricamato di stelle, e luna, e mare, e attese. L’uomo col baglamàs si avvicinò e riprese a parlare:
“La luna appartiene agli amanti e ai poeti, e questa è la notte ideale per ascoltare storie che vengono dalla strada che tutto consuma e nulla trattiene”.
Quelle parole suonarono familiari; il cappello sparì risucchiato dal vento del mare, mentre in lontananza si udivano spari.
“Quella è Anoghia. C’è bisogno di sfogare…” – disse ancora la sua voce.
“Perché dovrei ascoltare queste storie?” chiesi, nella confusione dell’aria.
“E’ una notte perfetta per ascoltare storie, e poi lei se ne sta lì tutto solo a guardare l’orizzonte e questo mare; una musica e qualche storia potrebbero darle allegria”.
La sua voce divenne più familiare, una voce amica, una voce che mi avrebbe fatto dimenticare in fretta l’assenza di cui ero prigioniero.
Mi alzai dalla banchina su cui mi ero seduto poco prima, e cominciai a seguire l’uomo col baglamàs. Mi sembrò di percorrere una strada lunghissima, mentre alle nostre spalle le onde tornavano a brindare, riunite in un antico matrimonio eterno.
“La musica arriva da Oriente, impregna le taverne che sono i luoghi dell’assenza, dove la gente è ugualmente sospesa e marcisce. Fuma e manda in cenere il proprio cuore, piano piano.
Sigà sigà.
Fumano, fumano, e fumando consumano nell’attesa”.
L’attesa. Una parola che cammina sottobraccio alla musica che ho condiviso con cuori vicini e lontani: ché anche quando si è vicini, il morso della vita non lascia mai in pace nessuno.
“L’attesa è stare sul bordo di qualcosa. Sul bordo di una partenza…Vedere passare una ragazza, potrebbe essere la donna della vita, vederla passare, lasciarla andare, lasciarsi passare la vita tra i denti, così, respirandola come si respira il fumo, il fumo delle sigarette. Canzoni e sigarette sono clessidre di questo tempo che incenerisce il cuore”.
Rollai una sigaretta. L’uomo col baglamàs si era fermato vicino ad una taverna da cui proveniva un lamento, una musica fatta di assenze condivise, di vuoto e di pieno, ma prima di entrare, bisognava affrontare altre voci, altre storie, storie di cui sentiamo la mancanza, forse perché nell’affanno, nella confusione di quest’epoca liquida, la gente dimentica di amare.
Siamo fatti della stessa sostanza del tempo, dissi cercando i segni della vita nascosti agli angoli della bocca.
Ancora la sua voce parlò:
“Non abbiamo la taverna e non abbiamo il rebetiko. E qui voglio restare ancora, così, sul bordo, tra l’eco delle parole e dei pensieri. La parola esiste perché se ne va, quando ha perso il riparo dei denti, però anche sa ritornare, altrimenti resterebbe ferma come le pietre. Per questo ho tenuto questo tefteri, per debito nei confronti della gente che ho incontrato, perché le parole che ho ascoltato potessero tornare indietro”, fece una pausa per dare spazio ad un’altra voce, la voce di un altro poeta di vita: “Mi piace andare dove Echo c’è, a urlare “s’agapò” per ottenere risposta”.
La voce così com’era venuta, se n’era andata. Mi voltai, non trovai nessuno.
Il baglamàs cominciò a fare strada: segnava la rotta, indicava il cammino.
“A qualcosa bisogna affidarsi per prendere una strada oppure un’altra. Io mi affido al piccolo baglamàs. Il manico del suo collo allungato è il tao, il bastone dell’eremita, del rabdomante. Il cocco del suo skafo, come una conchiglia, raccoglie il suono delle cicale e delle onde. E’ il bastone che mi conduce. Nel suo cocco risuonano le voci degli antichi, le voci delle musiche perdute”.
A quel punto, spinto dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, gli chiesi del mangas.
“Il vero mangas è il tempo. E’ un mangas di colore nero – disse, e nel cammino del cuore aggiunse – Il mangas rispetta e vuole essere rispettato. Porta la giacca con il braccio infilato in una sola manica per distinguersi, ma anche per avere una mano libera in modo da estrarre più velocemente il coltello. Il mangas è il rebetis. Ribelle, rèbelo in veneziano. C’è qualcosa in questo paese che si ribella”.
In quel momento è apparso il fantasma di un altro uomo; ho spento la sigaretta, e ho cercato conforto nella luna.
“Chi erano i rebetes? Persone a cui non interessava arricchirsi. In greco “lavoro” si dice dulìa. Schiavitù. La parola ozio solo ora rimanda a vizio, difetto. Un tempo significava “tempo dell’uomo libero”. I rebetes erano persone semplici, con meno problemi, non arrivisti, che trovavano altrove la bellezza della vita”.
Poi anche quel fantasma si allontanò, inghiottito dalla notte, mentre il poeta che mi accompagnava lungo i bordi della gioventù, gli fece un inchino.
“Benvenuto nel girone dei rebetici!”.
La voce roca, bruciata dalla vita, arrivò alle mie orecchie, presentandosi come in un vecchio canto, per sparire, subito dopo, risucchiata nell’imbuto dell’assenza.
Mi ritrovai seduto in una taverna, mi fu offerta retsina, e parole, mentre quei rebetes, ritratti in fotografie ingiallite appese ai muri, presero vita e cominciarono a suonare con bouzouki e chitarre. Venne il tempo della notte e della danza solitaria, e il canto si riversò nella sala, che consumava e si aggrappava a quella musica che bruciava come in un addio: vecchie canzoni d’amore fatte di strade, di scelte e separazioni.
Il baglamàs del poeta, che adesso sorrideva al destino, cominciò a muoversi, a vibrare, come se il sentimento di quella musica l’avesse richiamato alla danza solitaria che è la vita stessa, poi la musica si fermò, improvvisa, e quel che giunse fu solo la voce di Iannis Papaioannu a cantare Vadìzo kai paramilo.
Avrei voluto chiedergli qualcosa, ma le lancette erano ormai troppo avanti; e noi in ritardo sul cammino. La taverna scomparve inghiottita dalla notte.
“Ma deve pur esserci, nascosta da qualche parte, sono sicuro che c’è!”.
Il vento cominciò a fischiare dolcemente, e fu quello un invito a continuare. Le nuvole erano scese così in basso che si potevano quasi sfiorare. Confidai nella strada e nella sua solitudine. Mi ritrovai di fianco al poeta col baglamàs, che intanto mi conduceva verso altri gironi in cui far rifiatare un po’ di vita. Nel nero della notte, si sentivano canti di capra in onore a Dioniso; poi il mare ha cominciato a urlare più forte. Nel cammino ci ritrovammo ad un incrocio, di fronte ad una scelta, ed è lì che fece la sua comparsa il fantasma di Dimitris.
“Trovarsi a casa. Stare nel proprio. Con una musica che parla di te, e non di qualcuno che non conosci nemmeno. Il rebetiko è nato da un cambiamento forzato. Gente che da ricca a Smirne, città florida e bellissima, si è ritrovata povera nei suburbi di Atene. E’ il Paese più commissariato d’Occidente. Quello a sovranità più limitata. Dal 1821, con l’indipendenza, è arrivato dall’Inghilterra il primo prestito. Da allora siamo sempre stati sotto ricatto. Questo è stato il primo Paese d’Europa a fare la resistenza. Ma poi c’è stata la guerra civile, e i fili li hanno sempre mossi gli altri…Però questa è la prima volta che la Grecia, che è sempre stata dieci, venti anni indietro, si trova davanti agli altri. E’ l’esperimento. Gli italiani sono un popolo che sopporta. Avete sopportato il fascismo. Berlusconi. I greci sopportano meno. Sono più ribelli, più rivoltosi. Però il debito greco non è così importante, percentualmente siamo una piccola nazione. Dieci milioni di abitanti. In proporzione non può essere un problema così enorme. Il fatto è che noi siamo una cavia. Per vedere come le banche prendono il potere. Come si prenderanno i risparmi della gente direttamente da dentro le banche. Siamo un passo più avanti. Ma da davanti si può guardare dietro. Guardate a noi. Guardate avanti. Lo stesso meccanismo non si può forse applicare a voi? A tutti gli altri?”.
L’eco di quella voce svanì dietro al fantasma di Dimitris, poi anche le parole tacquero.
In lontananza mi sembrò di vedere il mare, ma era un mare scuro, non c’era luce, solo un canto di sirene. Sirene da prendere a bordo e portarsele a bere qualcosa. Sirene da ingaggiare per il prossimo canto.
Apparve così, Nikos Kazantzakis, che mi fu presentato come colui che regalò al mondo, dopo Omero, Zorba. Le sue parole furono pietre:
“Lasciamo la nostra porta aperta al peccato. Non chiudiamo le orecchie al canto delle sirene, e non ci leghiamo, presi dalla paura, alla prua di una grande idea. Neanche abbandoniamo la nave per perderci a baciare le sirene. Ma continuiamo il nostro viaggio. Prendiamo le sirene con noi e viaggiamo tutti insieme. Questa è, compagni, la nuova ascesi”.
Poi anche il fantasma di Nikos sparì, e restarono solo le sue parole a risuonare dentro il cocco del baglamàs.
Mancava ormai poco alla fine della notte, sarebbe giunta la prima luce dell’alba e con lei anch’io sarei tornato nella mia stanza, in quella Roma che tutto incendia, come se il tempo bruciasse più in fretta, consumato da qualche strano combustibile ostile alla vita, e ci voleva un brindisi per ammazzare la morte: “Ghiassas mortes! E muoia anche la morte”.
Il poeta che mi aveva portato a spasso lungo la Grecia, mi salutò con un abbraccio, e lasciò queste parole a farmi compagnia lungo la via del ritorno:
“Crisi: un concetto adatto al rebetiko, che è musica nata da una separazione, e anche alla Grecia, da cui l’Europa si sta separando, nel disprezzo che sta alla base di ogni rifiuto. Di Grecia si sente molto parlare in termini che ricordano la tragedia, che proprio qui è stata inventata. Da tragedia la parola tragudi, canzone, e nella sua radice la parola tragos, capro. Tragodia, canto del capro. Capro espiatorio dei peccati dell’Europa è il paese che ne è la madre culturale. Europa, figlia di un re di Creta sedotta da Zeus. Europa, “grandi occhi”, terra di ponente, disposta al tramonto. Tutto quello che viene dalla Grecia, fin dall’antichità, ha un carattere universale. Ci parla dell’uomo, dell’anthropos. Ci dice dell’uomo, del destino, di cosa sta succedendo all’uomo d’Occidente in questo momento di “crisi”, di scelta. Il rebetiko si accompagna sempre a una crisi perché obbliga a scegliere. Separare per vedere distintamente chi ci piace e chi scegliamo di frequentare e chi invece non ci interessa. Di cosa scegliamo di essere fatti”.
Riconobbi la mia ombra, spiaccicata sull’asfalto di mezzogiorno, e mi parve illogica e inadeguata, non aveva senso, schiacciata dal sole di Roma, caduto così all’improvviso lungo la cupola del giorno.
Un’altra notte passò, ma le parole che avevano unito in un unico in-canto di vita, tornarono a farmi visita, nuovamente.
Del resto, come disse quel poeta che sempre mi accompagnò con il suo baglamàs e la sua voce lungo i sentieri che trovano pace solo nel cammino, dietro la curva del cuore, “L’alba asciuga sempre la notte”.

 ***

Ti ho narrato solo l’antefatto, la conclusione è stata raccontata da un amico che parla poco, ma scrive tanto; fra noi si discute solo di musica, politica e letteratura, oppure di viaggi e vini da bere: se Omero avesse giocato a scacchi con Odisseo, probabilmente gli sarebbe parso un uomo semplice, normale, per quel che significa normale.
Credo di aver capito una piccola cosa, banale forse, ma vera:

“Le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto”.

 P.S. Io ho provato a raccontartela in poche parole, come l’ha narrata colui che l’ha vissuta lungo i sentieri della vita.
Tutto il resto sono fantasie,
ma questi sono affari tuoi.

Antonio Pignatiello

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