A SUD DI NESSUN NORD – SCRITTI D’AMERICA

PRIMO VIAGGIO – FRONTIERA


Una donna spinge gli occhi oltre la frontiera del Mexico.
Alle sue spalle una casa isolata.
Al piano di sopra, dietro le tende azzurrine di una finestra,
gli occhi neri di un addetto al controllo
la seguono.
Prova a chiamarla.
Frammenti di ricordi
Cadono nell’aria calda
Ma la donna è ormai lontana.
“Ci siamo disprezzati
L’un l’altro!”
Accende una sigaretta,
due pugni sul tavolo
qualche bestemmia al vento.
Si avvicina al vino
Per ascoltare qualche storia,
Le sue scuse,
I suoi sogni interrotti.



Gli stivali mi stanno aspettando
Vicino alla porta.
Brillano.

 

Antonio Pignatiello

 

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LE PAROLE CHE CERCAVO

Gennaio è un mese da cantare, mese di memoria:

Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco.

Tre poeti della vita e della sua sacralità, che hanno scelto un mese bianco per andarsene. Ma questa è un’altra storia che fa parte di un altro libro da scrivere.

…e la tua solitudine è già andata a puttane!

Vaffanculo amore mio, tu volevi una casa con quattordici stanze come “quei quattordici imbecilli che ci stanno davanti”, e certo hai un bel nasino “non te l’ha fatto Dio, te l’ho fatto io!” e lascia perdere la faccenda dei soldi, perché “Io ti compro una sedia perché tu non ti muova più, perché quegli imbecilli non ti guardino mai più”.

Sarà per questo che, quando posso, ci torno.

Forse è l’unico posto dove passarci la notte sottocoperta, al riparo da sguardi indagatori, e lingue e orecchie interessate più al mio stomaco, che al resto della mia vita. E poi c’è quella lingua rocciosa, che se l’ascolti rischi di capire il contrario di quel che si sta dicendo…e si finisce in un lago fatto di parole…parole scelte in fretta, parole bloccate, parole sospese in gola, che bruciano, accendono e fanno male. Parole che risuonano dentro stanze fatte di accendini, sigarette consumate in fretta e  fotografie ingiallite attaccate ai muri: pugnalate di ricordi e campanelli rotti, che non suonano, e resta solo una porta a cui bussare; e un’altra voce nella notte è rimasta impigliata nella rete della tua segreteria telefonica.

Occhi attaccati nei corridoi, e facce, e dischi che prendono parte alle faccende della vita, una vita scassinata dai libri, divorata dal vino e presa a calci dalla gioventù che non c’è più. E poi ci sono le strade e le case, e quella voce che chiama, chiama, e tu non rispondi, che sei già preso, perso, dietro altre gonne, altre lavatrici e bollette da pagare…ti guardi allo specchio, chiami, ma non c’è nessuno che ti risponde.

“Affanculo amore mio, te e il tuo cazzo di ombrello che cerca invano la pioggia!”.

Metti la tua vita nella borsa,

prendi il primo treno,

la stazione è una sorta di purgatorio che sa di piscio e muffa:

straniero nel tuo paese,

forestiero in quella cazzo di città che non ti ha mai voluto adottare veramente.

“Le parole che cercavo non rimano più con te”.

 Antonio Pignatiello, 11 gennaio 2012, Lacedonia (Av)

NOTA DI ACCOMPAGNAMENTO SULLA CATTIVA STRADA

Queste poesie, nel cerchio del ricordo, sarebbero dedicate ad una donna, ma nell’ipotesi terrena sono dedicate ai miei compagni di viaggio.
A mia madre.
E mio padre.

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Visioni notturne, intime nostalgie che il tempo morde ma non trasforma, visite di vecchi amici andati che si presentano in quello spazio perfetto che precede il sonno e che ho accolto con affetto, volti che hanno deciso di raccontarsi attraverso la voce: sono questi i principali moti di questa raccolta di poesie.

Queste anime sparse nell’etere hanno cominciato a farmi visita molto spesso negli ultimi mesi, così mi sono deciso a concedergli in prestito la mia voce e a far sì che la usassero per raccontarsi e raccontare le loro vite, i loro tormenti, i timori: le loro storie. Probabilmente sapevano perfettamente che avevo amato molto un disco del ’57, scoperto quasi per caso, una domenica di dicembre del 1997. Si intitola Kerouac/Allen. E sapevano anche che, durante la mia adolescenza, avevo frequentato molto i poeti della beat generation.
Col tempo, poi, molti altri scrittori sono venuti a farmi visita regolarmente: da Cesare Pavese a Italo Calvino, da John Fante a H. Charles Bukowski, da Luis Sepúlveda a Marcela Serrano, da Alda Merini a Pier Vittorio Tondelli, da Emmanuel Carnevali a Pedro Pietri, da Antonio Tabucchi a Francis Scott Fitzgerald…per citarne solo alcuni; ma non potrei negare che su queste poesie abbia inciso l’aver visto una donna vestita di bianco che in una notte di pioggia, con le sue mani, distribuiva panini, coperte e bottiglie d’acqua ai barboni sparsi per terra a due passi dalla stazione Termini. E di aver avuto l’occasione, quella stessa notte, di leggere un vecchio libro di Pavese che mi portavo dietro da qualche giorno:
“Tutti preghiamo qualche dio, ma quel che accade non ha nome. Il ragazzo annegato un mattino d’estate, cosa sa degli dèi? Che gli giova pregare? C’è un grosso serpe in ogni giorno della vita, e si appiatta e ci guarda. Ti sei mai chiesto, Edipo, perché gli infelici invecchiandosi accecano?”.

In quella notte di pioggia mi capitò di volare in America in compagnia di Ginsberg, Burroughs, Kerouac, Corso, Cassady, perché in quel cielo lontano c’era una luna piena coperta da un velo di nostalgia. In quel viaggio senza tempo, né bussole, la vita mi condusse a banchettare con i ‘barbari’ che ispirarono la poesia di Kostantinos Kavafis.
Mi raccontarono i loro sogni e le loro vite, e di come furono distrutti e cacciati in territori lontani appositamente recintati; mi offrirono da bere, e mi mostrarono una vita fatta di piante, fiori e interi boschi, perché non si erano mai arresi alla disumanizzazione del sistema.
Bevendo vino insieme a loro, insieme ai “barbari”, ho visto le stelle scrivere nel cielo gli ultimi versi di una poesia di Kavafis:
“E’ che fa buio e i Barbari non vengono, e chi arriva di là dalla frontiera, dice che non ce n’è neppure l’ombra… E ora che faremo senza i Barbari? / Era una soluzione, quella gente”.
Prima di congedarci, un fotografo ci scattò una fotografia di gruppo con una vecchia Polaroid. La macchina espulse la fotografia; lui la mosse all’aria per asciugarla. Poi la vide e me la mostrò. Si vedeva una tavolata di gente allegra, una finestra con una luna in lontananza, e un’assenza.
Bevvi l’ultimo bicchiere di rosso e uscii in strada.
E poi? E poi le strade sono piene di ricordi e di fantasmi. Ma intanto è scesa la sera, la finestra si affaccia sul porto di Genova e le navi che passano invitano alla malinconia. C’è aria di addio. Il tempo sta per scadere, è quasi mezzanotte. Riprendo il treno per Roma e mi ritrovo al tavolo in compagnia dei musicisti e dei poeti passati e presenti.
Forse mi sveglio,
o forse
solo allora
comincio a sognare.

 

Post scriptum 

Le poesie col tempo si sono incollate agli occhi, sono divenute quasi un prurito dell’anima, così durante una pioggia di novembre, dopo una cena con Giuliano Valori e tanto vino ad accompagnarci, abbiamo aperto i microfoni e registrato tutto quanto.
Il titolo Sulla cattiva strada si è presentato per ultimo; e per ultimo verrà a farvi visita se lascerete le vostre braccia aperte, pronte ad accoglierlo in un abbraccio.
Posso solo aggiungere che Viali della Verità e Qualcosa accadrà le ho sottratte ad un libro di racconti e poesie che non ho ancora terminato. Se un giorno lo pubblicherò gliele restituirò.
Molte altre che troverete sparse qua e là possono essere prese singolarmente e bevute d’un sorso, o sorseggiate come un buon Porto. Forse troveranno spazio nella vostra vita, o forse non le degnerete d’un orecchio.
D’altra parte, alle poesie poco importa, loro andranno dove meglio credono.
Cos’altro aggiungere da questa parte del cielo?
Noi ci abbiamo messo un pezzo d’anima,
un goccio di musica,
e qualche parola.
Al resto pensateci voi,
se volete.
E,
perdonateci,
se potete.

­­­­­­­­­­­­­Antonio Pignatiello, Roma, lì 16.11.2013

PENULTIME NOTIZIE DAL SUD DI NESSUN NORD.

Non si fa in tempo a fare l’amore con la vita, ché già bisogna partire e rimettersi in cammino verso altre destinazioni.

Ci si muove così lungo la penisola, sempre in ritardo sulla rotta, e si finisce molto presto dentro assenze e voglia d’altrove, mentre la magia delle parole ti ha già sfiorato le labbra.

Sono strade, queste, dove si nascondono versi e musiche, amici e compagni di sbornia con cui passarci la notte… e si bruciano volti e calendari, ché non c’è spazio per ricordare, ma solo per brindare.

C’è la milonga argentina di Atahualpa e l’allegria del tango, c’è il Cile di Luis Sepúlveda e Marcela Serrano, il Vecchio West di Sergio Leone, il dixieland di New Orleans e  la musica mariachi del Messico e, mentre resto a letto con una collezione di vinili, finisco inevitabilmente dentro frammenti di luna e d’inchiostro. E canzoni che possono divenire narrazione e prolungarsi in memoria.

Bisogna ascoltare quel che non si conosce, e di nuovo quel che si è sentito, cantare all’alba quel che si è cantato di notte, con la neve dove prima c’era il sole, vedere il frutto maturo, la pietra che s’è spostata e l’ombra che non c’era. Bisogna sempre ricominciare il viaggio e tracciare nuovi sentieri, ritornare sui passi già fatti per registrare le impressioni, le voci, il mormorio che conduce là dove solo osa il sognatore in preda alla sete di conoscenza.

Da qui al mare ci sono dieci metri a picco. Le onde s’infrangono contro gli scogli e le pietre, mentre il vento soffia da terra. E’ un vento favorevole, adatto al viaggio: è questo il momento per giocare a scacchi con la fortuna.

 Sarà un disco geografico con tanti cuori inquieti pronti a metterci dentro un pezzo del loro sentimento più nascosto. Un album per chi non si accontenta di calzare sempre le stesse scarpe, di calpestare sempre la stessa terra, un album per chi ha voglia di viaggiare in lungo e in largo; e ancora non basta a placare la nostra sete.

 Le lancette dell’orologio mi dicono che il tempo concesso è scaduto e che bisogna prendere un altro treno per tornare a casa.

Fuori resta un odore di pioggia e separazione, mentre nella buca delle lettere ci finiscono annunci pubblicitari, bollette da pagare e lettere della catena di Sant’Antonio.

E siccome io c’ho da sempre a che fare con questo nome, preferisco credere che sia stato un santo che amava scrivere molte lettere d’amore.

D’altra parte, ognuno ha il suo alibi, e questo è il mio. Buona fortuna!

Ci vediamo lungo la strada. E, sempre, alla Salute!

Antonio Pignatiello

SI FA PRESTO A DIRE ADDIO

Roma, 16 maggio 2013

Non è la vita ad imitare l’arte: facile boutade che ha sposato la fortuna nella sua banalità. Certe storie possiamo scriverle, ma saranno solo una pallida evocazione di ciò che accadde davvero. Ma lasciamo le teorie a chi ha tempo per spiegarle, io la storia te la racconto con piacere, perché su di me hai un vantaggio: non conosci chi l’ha vissuta!

***

Come nelle pagine di un vecchio libro impolverato, quella mattina di metà maggio, anch’io avevo un appuntamento con qualcuno o qualcosa: c’era il fantasma del mio passato nascosto dentro l’inchiostro di un libro. Tefteri: il libro dei conti in sospeso di Vinicio Capossela. 

Fuori pioveva, il primo caffè era già andato, così, nell’attesa, ne ho preparato un secondo, e ho aspettato che accadesse qualcosa. L’appuntamento era stato fissato per le undici all’angolo tra il bar e la libreria del Pigneto, eppure i fantasmi appaiono solo dopo mezzanotte, o così mi era sembrato di aver letto da qualche parte.
“Certe musiche sono compagne dell’anima…” – disse una voce che proveniva dal fondo del caffè. Nello stupore mi fermai ad ascoltare, perché il destino dell’uomo è sempre proiettato in avanti, indietro si lasciano solo canzoni e ricordi.
“Il caffè per berlo devi saper aspettare. Più aspetti e più è buonoquella voce divenne un volto, poi riprese a parlareMa non ci vuole solo il buono, ci vuole anche il marcio. Il meglio è più in basso, è nella melma, come quello che rimane nel fondo del caffè. E’ amaro, ma hai bisogno anche di quell’amaro. Poi lo giri ed esce la verità. Senza il basso non c’è niente. La vita deve essere difficile per poter salire al cielo. E la soddisfazione ti impedisce di migliorare”.
La voce si affievolì lentamente, mentre la pioggia disegnava diamanti sui vetri delle finestre. I clacson delle automobili invadevano l’aria, con tanto di gas di scarico e di smog, dentro una Roma piena di ferite, e di buche. Una capitale che capitolerà ancora se non verranno uomini che sappiano amarla.
Una fitta cortina di nebbia mi avvolse, poi disparì come in un sogno o un’allucinazione riuscita bene, e ne venne fuori l’ombra di un altro uomo. Si avvicinò e lentamente prese a parlare:
“Sai qual è il problema? Che si fa troppa musica oggi, e troppo facilmente. Nel ’30 facevano poche canzoni e ne avevano cura. Le ripetevano e ci lavoravano sopra. Non erano grandi virtuosi. Facevano cose semplici, perché era quello che le loro dita sapevano fare”. Apparve così il poeta con i baffi, accompagnato dal suo baglamàs; si avvicinò danzando, come in un numero di magia, e mi presentò l’ombra che aveva appena finito di parlare:
“L’uomo che legge il caffè si chiama Kafezudis. A due cose si crede ancora in Grecia: al malocchio e al fondo del caffè”.
Poi anche Kafezudis, così com’era apparso, sparì nella luce, e mi ritrovai con un cappello nero in mano, di quelli con le falde larghe, sospeso sulla banchina del porto di Salonicco, immerso in un silenzio surreale; la mattina era scomparsa, il bianco era nero, ma era un nero ricamato di stelle, e luna, e mare, e attese. L’uomo col baglamàs si avvicinò e riprese a parlare:
“La luna appartiene agli amanti e ai poeti, e questa è la notte ideale per ascoltare storie che vengono dalla strada che tutto consuma e nulla trattiene”.
Quelle parole suonarono familiari; il cappello sparì risucchiato dal vento del mare, mentre in lontananza si udivano spari.
“Quella è Anoghia. C’è bisogno di sfogare…” – disse ancora la sua voce.
“Perché dovrei ascoltare queste storie?” chiesi, nella confusione dell’aria.
“E’ una notte perfetta per ascoltare storie, e poi lei se ne sta lì tutto solo a guardare l’orizzonte e questo mare; una musica e qualche storia potrebbero darle allegria”.
La sua voce divenne più familiare, una voce amica, una voce che mi avrebbe fatto dimenticare in fretta l’assenza di cui ero prigioniero.
Mi alzai dalla banchina su cui mi ero seduto poco prima, e cominciai a seguire l’uomo col baglamàs. Mi sembrò di percorrere una strada lunghissima, mentre alle nostre spalle le onde tornavano a brindare, riunite in un antico matrimonio eterno.
“La musica arriva da Oriente, impregna le taverne che sono i luoghi dell’assenza, dove la gente è ugualmente sospesa e marcisce. Fuma e manda in cenere il proprio cuore, piano piano.
Sigà sigà.
Fumano, fumano, e fumando consumano nell’attesa”.
L’attesa. Una parola che cammina sottobraccio alla musica che ho condiviso con cuori vicini e lontani: ché anche quando si è vicini, il morso della vita non lascia mai in pace nessuno.
“L’attesa è stare sul bordo di qualcosa. Sul bordo di una partenza…Vedere passare una ragazza, potrebbe essere la donna della vita, vederla passare, lasciarla andare, lasciarsi passare la vita tra i denti, così, respirandola come si respira il fumo, il fumo delle sigarette. Canzoni e sigarette sono clessidre di questo tempo che incenerisce il cuore”.
Rollai una sigaretta. L’uomo col baglamàs si era fermato vicino ad una taverna da cui proveniva un lamento, una musica fatta di assenze condivise, di vuoto e di pieno, ma prima di entrare, bisognava affrontare altre voci, altre storie, storie di cui sentiamo la mancanza, forse perché nell’affanno, nella confusione di quest’epoca liquida, la gente dimentica di amare.
Siamo fatti della stessa sostanza del tempo, dissi cercando i segni della vita nascosti agli angoli della bocca.
Ancora la sua voce parlò:
“Non abbiamo la taverna e non abbiamo il rebetiko. E qui voglio restare ancora, così, sul bordo, tra l’eco delle parole e dei pensieri. La parola esiste perché se ne va, quando ha perso il riparo dei denti, però anche sa ritornare, altrimenti resterebbe ferma come le pietre. Per questo ho tenuto questo tefteri, per debito nei confronti della gente che ho incontrato, perché le parole che ho ascoltato potessero tornare indietro”, fece una pausa per dare spazio ad un’altra voce, la voce di un altro poeta di vita: “Mi piace andare dove Echo c’è, a urlare “s’agapò” per ottenere risposta”.
La voce così com’era venuta, se n’era andata. Mi voltai, non trovai nessuno.
Il baglamàs cominciò a fare strada: segnava la rotta, indicava il cammino.
“A qualcosa bisogna affidarsi per prendere una strada oppure un’altra. Io mi affido al piccolo baglamàs. Il manico del suo collo allungato è il tao, il bastone dell’eremita, del rabdomante. Il cocco del suo skafo, come una conchiglia, raccoglie il suono delle cicale e delle onde. E’ il bastone che mi conduce. Nel suo cocco risuonano le voci degli antichi, le voci delle musiche perdute”.
A quel punto, spinto dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, gli chiesi del mangas.
“Il vero mangas è il tempo. E’ un mangas di colore nero – disse, e nel cammino del cuore aggiunse – Il mangas rispetta e vuole essere rispettato. Porta la giacca con il braccio infilato in una sola manica per distinguersi, ma anche per avere una mano libera in modo da estrarre più velocemente il coltello. Il mangas è il rebetis. Ribelle, rèbelo in veneziano. C’è qualcosa in questo paese che si ribella”.
In quel momento è apparso il fantasma di un altro uomo; ho spento la sigaretta, e ho cercato conforto nella luna.
“Chi erano i rebetes? Persone a cui non interessava arricchirsi. In greco “lavoro” si dice dulìa. Schiavitù. La parola ozio solo ora rimanda a vizio, difetto. Un tempo significava “tempo dell’uomo libero”. I rebetes erano persone semplici, con meno problemi, non arrivisti, che trovavano altrove la bellezza della vita”.
Poi anche quel fantasma si allontanò, inghiottito dalla notte, mentre il poeta che mi accompagnava lungo i bordi della gioventù, gli fece un inchino.
“Benvenuto nel girone dei rebetici!”.
La voce roca, bruciata dalla vita, arrivò alle mie orecchie, presentandosi come in un vecchio canto, per sparire, subito dopo, risucchiata nell’imbuto dell’assenza.
Mi ritrovai seduto in una taverna, mi fu offerta retsina, e parole, mentre quei rebetes, ritratti in fotografie ingiallite appese ai muri, presero vita e cominciarono a suonare con bouzouki e chitarre. Venne il tempo della notte e della danza solitaria, e il canto si riversò nella sala, che consumava e si aggrappava a quella musica che bruciava come in un addio: vecchie canzoni d’amore fatte di strade, di scelte e separazioni.
Il baglamàs del poeta, che adesso sorrideva al destino, cominciò a muoversi, a vibrare, come se il sentimento di quella musica l’avesse richiamato alla danza solitaria che è la vita stessa, poi la musica si fermò, improvvisa, e quel che giunse fu solo la voce di Iannis Papaioannu a cantare Vadìzo kai paramilo.
Avrei voluto chiedergli qualcosa, ma le lancette erano ormai troppo avanti; e noi in ritardo sul cammino. La taverna scomparve inghiottita dalla notte.
“Ma deve pur esserci, nascosta da qualche parte, sono sicuro che c’è!”.
Il vento cominciò a fischiare dolcemente, e fu quello un invito a continuare. Le nuvole erano scese così in basso che si potevano quasi sfiorare. Confidai nella strada e nella sua solitudine. Mi ritrovai di fianco al poeta col baglamàs, che intanto mi conduceva verso altri gironi in cui far rifiatare un po’ di vita. Nel nero della notte, si sentivano canti di capra in onore a Dioniso; poi il mare ha cominciato a urlare più forte. Nel cammino ci ritrovammo ad un incrocio, di fronte ad una scelta, ed è lì che fece la sua comparsa il fantasma di Dimitris.
“Trovarsi a casa. Stare nel proprio. Con una musica che parla di te, e non di qualcuno che non conosci nemmeno. Il rebetiko è nato da un cambiamento forzato. Gente che da ricca a Smirne, città florida e bellissima, si è ritrovata povera nei suburbi di Atene. E’ il Paese più commissariato d’Occidente. Quello a sovranità più limitata. Dal 1821, con l’indipendenza, è arrivato dall’Inghilterra il primo prestito. Da allora siamo sempre stati sotto ricatto. Questo è stato il primo Paese d’Europa a fare la resistenza. Ma poi c’è stata la guerra civile, e i fili li hanno sempre mossi gli altri…Però questa è la prima volta che la Grecia, che è sempre stata dieci, venti anni indietro, si trova davanti agli altri. E’ l’esperimento. Gli italiani sono un popolo che sopporta. Avete sopportato il fascismo. Berlusconi. I greci sopportano meno. Sono più ribelli, più rivoltosi. Però il debito greco non è così importante, percentualmente siamo una piccola nazione. Dieci milioni di abitanti. In proporzione non può essere un problema così enorme. Il fatto è che noi siamo una cavia. Per vedere come le banche prendono il potere. Come si prenderanno i risparmi della gente direttamente da dentro le banche. Siamo un passo più avanti. Ma da davanti si può guardare dietro. Guardate a noi. Guardate avanti. Lo stesso meccanismo non si può forse applicare a voi? A tutti gli altri?”.
L’eco di quella voce svanì dietro al fantasma di Dimitris, poi anche le parole tacquero.
In lontananza mi sembrò di vedere il mare, ma era un mare scuro, non c’era luce, solo un canto di sirene. Sirene da prendere a bordo e portarsele a bere qualcosa. Sirene da ingaggiare per il prossimo canto.
Apparve così, Nikos Kazantzakis, che mi fu presentato come colui che regalò al mondo, dopo Omero, Zorba. Le sue parole furono pietre:
“Lasciamo la nostra porta aperta al peccato. Non chiudiamo le orecchie al canto delle sirene, e non ci leghiamo, presi dalla paura, alla prua di una grande idea. Neanche abbandoniamo la nave per perderci a baciare le sirene. Ma continuiamo il nostro viaggio. Prendiamo le sirene con noi e viaggiamo tutti insieme. Questa è, compagni, la nuova ascesi”.
Poi anche il fantasma di Nikos sparì, e restarono solo le sue parole a risuonare dentro il cocco del baglamàs.
Mancava ormai poco alla fine della notte, sarebbe giunta la prima luce dell’alba e con lei anch’io sarei tornato nella mia stanza, in quella Roma che tutto incendia, come se il tempo bruciasse più in fretta, consumato da qualche strano combustibile ostile alla vita, e ci voleva un brindisi per ammazzare la morte: “Ghiassas mortes! E muoia anche la morte”.
Il poeta che mi aveva portato a spasso lungo la Grecia, mi salutò con un abbraccio, e lasciò queste parole a farmi compagnia lungo la via del ritorno:
“Crisi: un concetto adatto al rebetiko, che è musica nata da una separazione, e anche alla Grecia, da cui l’Europa si sta separando, nel disprezzo che sta alla base di ogni rifiuto. Di Grecia si sente molto parlare in termini che ricordano la tragedia, che proprio qui è stata inventata. Da tragedia la parola tragudi, canzone, e nella sua radice la parola tragos, capro. Tragodia, canto del capro. Capro espiatorio dei peccati dell’Europa è il paese che ne è la madre culturale. Europa, figlia di un re di Creta sedotta da Zeus. Europa, “grandi occhi”, terra di ponente, disposta al tramonto. Tutto quello che viene dalla Grecia, fin dall’antichità, ha un carattere universale. Ci parla dell’uomo, dell’anthropos. Ci dice dell’uomo, del destino, di cosa sta succedendo all’uomo d’Occidente in questo momento di “crisi”, di scelta. Il rebetiko si accompagna sempre a una crisi perché obbliga a scegliere. Separare per vedere distintamente chi ci piace e chi scegliamo di frequentare e chi invece non ci interessa. Di cosa scegliamo di essere fatti”.
Riconobbi la mia ombra, spiaccicata sull’asfalto di mezzogiorno, e mi parve illogica e inadeguata, non aveva senso, schiacciata dal sole di Roma, caduto così all’improvviso lungo la cupola del giorno.
Un’altra notte passò, ma le parole che avevano unito in un unico in-canto di vita, tornarono a farmi visita, nuovamente.
Del resto, come disse quel poeta che sempre mi accompagnò con il suo baglamàs e la sua voce lungo i sentieri che trovano pace solo nel cammino, dietro la curva del cuore, “L’alba asciuga sempre la notte”.

 ***

Ti ho narrato solo l’antefatto, la conclusione è stata raccontata da un amico che parla poco, ma scrive tanto; fra noi si discute solo di musica, politica e letteratura, oppure di viaggi e vini da bere: se Omero avesse giocato a scacchi con Odisseo, probabilmente gli sarebbe parso un uomo semplice, normale, per quel che significa normale.
Credo di aver capito una piccola cosa, banale forse, ma vera:

“Le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto”.

 P.S. Io ho provato a raccontartela in poche parole, come l’ha narrata colui che l’ha vissuta lungo i sentieri della vita.
Tutto il resto sono fantasie,
ma questi sono affari tuoi.

Antonio Pignatiello