A SUD DI NESSUN NORD – SCRITTI D’AMERICA

PRIMO VIAGGIO – FRONTIERA


Una donna spinge gli occhi oltre la frontiera del Mexico.
Alle sue spalle una casa isolata.
Al piano di sopra, dietro le tende azzurrine di una finestra,
gli occhi neri di un addetto al controllo
la seguono.
Prova a chiamarla.
Frammenti di ricordi
Cadono nell’aria calda
Ma la donna è ormai lontana.
“Ci siamo disprezzati
L’un l’altro!”
Accende una sigaretta,
due pugni sul tavolo
qualche bestemmia al vento.
Si avvicina al vino
Per ascoltare qualche storia,
Le sue scuse,
I suoi sogni interrotti.



Gli stivali mi stanno aspettando
Vicino alla porta.
Brillano.

 

Antonio Pignatiello

 

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LE PAROLE CHE CERCAVO

Gennaio è un mese da cantare, mese di memoria:

Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco.

Tre poeti della vita e della sua sacralità, che hanno scelto un mese bianco per andarsene. Ma questa è un’altra storia che fa parte di un altro libro da scrivere.

…e la tua solitudine è già andata a puttane!

Vaffanculo amore mio, tu volevi una casa con quattordici stanze come “quei quattordici imbecilli che ci stanno davanti”, e certo hai un bel nasino “non te l’ha fatto Dio, te l’ho fatto io!” e lascia perdere la faccenda dei soldi, perché “Io ti compro una sedia perché tu non ti muova più, perché quegli imbecilli non ti guardino mai più”.

Sarà per questo che, quando posso, ci torno.

Forse è l’unico posto dove passarci la notte sottocoperta, al riparo da sguardi indagatori, e lingue e orecchie interessate più al mio stomaco, che al resto della mia vita. E poi c’è quella lingua rocciosa, che se l’ascolti rischi di capire il contrario di quel che si sta dicendo…e si finisce in un lago fatto di parole…parole scelte in fretta, parole bloccate, parole sospese in gola, che bruciano, accendono e fanno male. Parole che risuonano dentro stanze fatte di accendini, sigarette consumate in fretta e  fotografie ingiallite attaccate ai muri: pugnalate di ricordi e campanelli rotti, che non suonano, e resta solo una porta a cui bussare; e un’altra voce nella notte è rimasta impigliata nella rete della tua segreteria telefonica.

Occhi attaccati nei corridoi, e facce, e dischi che prendono parte alle faccende della vita, una vita scassinata dai libri, divorata dal vino e presa a calci dalla gioventù che non c’è più. E poi ci sono le strade e le case, e quella voce che chiama, chiama, e tu non rispondi, che sei già preso, perso, dietro altre gonne, altre lavatrici e bollette da pagare…ti guardi allo specchio, chiami, ma non c’è nessuno che ti risponde.

“Affanculo amore mio, te e il tuo cazzo di ombrello che cerca invano la pioggia!”.

Metti la tua vita nella borsa,

prendi il primo treno,

la stazione è una sorta di purgatorio che sa di piscio e muffa:

straniero nel tuo paese,

forestiero in quella cazzo di città che non ti ha mai voluto adottare veramente.

“Le parole che cercavo non rimano più con te”.

 Antonio Pignatiello, 11 gennaio 2012, Lacedonia (Av)

NOTA DI ACCOMPAGNAMENTO SULLA CATTIVA STRADA

Queste poesie, nel cerchio del ricordo, sarebbero dedicate ad una donna, ma nell’ipotesi terrena sono dedicate ai miei compagni di viaggio.
A mia madre.
E mio padre.

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Visioni notturne, intime nostalgie che il tempo morde ma non trasforma, visite di vecchi amici andati che si presentano in quello spazio perfetto che precede il sonno e che ho accolto con affetto, volti che hanno deciso di raccontarsi attraverso la voce: sono questi i principali moti di questa raccolta di poesie.

Queste anime sparse nell’etere hanno cominciato a farmi visita molto spesso negli ultimi mesi, così mi sono deciso a concedergli in prestito la mia voce e a far sì che la usassero per raccontarsi e raccontare le loro vite, i loro tormenti, i timori: le loro storie. Probabilmente sapevano perfettamente che avevo amato molto un disco del ’57, scoperto quasi per caso, una domenica di dicembre del 1997. Si intitola Kerouac/Allen. E sapevano anche che, durante la mia adolescenza, avevo frequentato molto i poeti della beat generation.
Col tempo, poi, molti altri scrittori sono venuti a farmi visita regolarmente: da Cesare Pavese a Italo Calvino, da John Fante a H. Charles Bukowski, da Luis Sepúlveda a Marcela Serrano, da Alda Merini a Pier Vittorio Tondelli, da Emmanuel Carnevali a Pedro Pietri, da Antonio Tabucchi a Francis Scott Fitzgerald…per citarne solo alcuni; ma non potrei negare che su queste poesie abbia inciso l’aver visto una donna vestita di bianco che in una notte di pioggia, con le sue mani, distribuiva panini, coperte e bottiglie d’acqua ai barboni sparsi per terra a due passi dalla stazione Termini. E di aver avuto l’occasione, quella stessa notte, di leggere un vecchio libro di Pavese che mi portavo dietro da qualche giorno:
“Tutti preghiamo qualche dio, ma quel che accade non ha nome. Il ragazzo annegato un mattino d’estate, cosa sa degli dèi? Che gli giova pregare? C’è un grosso serpe in ogni giorno della vita, e si appiatta e ci guarda. Ti sei mai chiesto, Edipo, perché gli infelici invecchiandosi accecano?”.

In quella notte di pioggia mi capitò di volare in America in compagnia di Ginsberg, Burroughs, Kerouac, Corso, Cassady, perché in quel cielo lontano c’era una luna piena coperta da un velo di nostalgia. In quel viaggio senza tempo, né bussole, la vita mi condusse a banchettare con i ‘barbari’ che ispirarono la poesia di Kostantinos Kavafis.
Mi raccontarono i loro sogni e le loro vite, e di come furono distrutti e cacciati in territori lontani appositamente recintati; mi offrirono da bere, e mi mostrarono una vita fatta di piante, fiori e interi boschi, perché non si erano mai arresi alla disumanizzazione del sistema.
Bevendo vino insieme a loro, insieme ai “barbari”, ho visto le stelle scrivere nel cielo gli ultimi versi di una poesia di Kavafis:
“E’ che fa buio e i Barbari non vengono, e chi arriva di là dalla frontiera, dice che non ce n’è neppure l’ombra… E ora che faremo senza i Barbari? / Era una soluzione, quella gente”.
Prima di congedarci, un fotografo ci scattò una fotografia di gruppo con una vecchia Polaroid. La macchina espulse la fotografia; lui la mosse all’aria per asciugarla. Poi la vide e me la mostrò. Si vedeva una tavolata di gente allegra, una finestra con una luna in lontananza, e un’assenza.
Bevvi l’ultimo bicchiere di rosso e uscii in strada.
E poi? E poi le strade sono piene di ricordi e di fantasmi. Ma intanto è scesa la sera, la finestra si affaccia sul porto di Genova e le navi che passano invitano alla malinconia. C’è aria di addio. Il tempo sta per scadere, è quasi mezzanotte. Riprendo il treno per Roma e mi ritrovo al tavolo in compagnia dei musicisti e dei poeti passati e presenti.
Forse mi sveglio,
o forse
solo allora
comincio a sognare.

 

Post scriptum 

Le poesie col tempo si sono incollate agli occhi, sono divenute quasi un prurito dell’anima, così durante una pioggia di novembre, dopo una cena con Giuliano Valori e tanto vino ad accompagnarci, abbiamo aperto i microfoni e registrato tutto quanto.
Il titolo Sulla cattiva strada si è presentato per ultimo; e per ultimo verrà a farvi visita se lascerete le vostre braccia aperte, pronte ad accoglierlo in un abbraccio.
Posso solo aggiungere che Viali della Verità e Qualcosa accadrà le ho sottratte ad un libro di racconti e poesie che non ho ancora terminato. Se un giorno lo pubblicherò gliele restituirò.
Molte altre che troverete sparse qua e là possono essere prese singolarmente e bevute d’un sorso, o sorseggiate come un buon Porto. Forse troveranno spazio nella vostra vita, o forse non le degnerete d’un orecchio.
D’altra parte, alle poesie poco importa, loro andranno dove meglio credono.
Cos’altro aggiungere da questa parte del cielo?
Noi ci abbiamo messo un pezzo d’anima,
un goccio di musica,
e qualche parola.
Al resto pensateci voi,
se volete.
E,
perdonateci,
se potete.

­­­­­­­­­­­­­Antonio Pignatiello, Roma, lì 16.11.2013

Il nuovo album

 

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